A Trieste non c’è solo la bora

Sull’atlante Touring – uno dei miei libri preferiti (gasp!) – Trieste è segnata con il riquadro con la campitura verde. Che nel linguaggio misterioso del Touring Club (per i nostalgici: Consociazione Turistica Italiana) significa: città di grandissimo interesse. Come Milano, Torino, Firenze, Roma o Palermo. Eppure tutti quando parli di Trieste ti dicono subito: “attento alla bora!”. E poi: “vai al castello di Miramare”. Che è come dire ad uno che va a Milano: “Attento al nebbione. E vai a vedere il castello sforzesco!”. Uno: il fiabesco castello di Miramare è bello, ma non è la cosa più bella di Trieste. Due, quanto al famoso vento: tranquilli, le giornate di bora forte sono mediamente cinquanta l’anno, che non sono così tante; non si rischia di volar via e le famose corde per tenersi non ci sono più da un bel pezzo; in più la bora porta bel tempo e toglie umidità, quindi anche d’inverno il freddo è più sopportabile che a Milano, dove è più umido (anche se il nebbione da barzelletta non esiste più, ahimè).

Comunque: Trieste è una città bellissima. Per niente banale, specie se non ti fai prendere dalle storie romantiche delle sfortunate principesse asburgiche che hanno vissuto qui, le storie di Sissi e Carlotta a Miramare che tutti i depliant di raccontano ad ogni pie’ sospinto.
E’ una strana città di porto (il secondo in Italia per traffico), che dei porti classici ha poco: niente navi e impianti industriali in vista, niente centro storico zozzo e scrostato tipo Genova o Napoli (che peraltro a me piace molto, il centro storico scrostato e zozzo, intendo). E’ una città colta, austera, elegante, d’una eleganza d’altri tempi, asburgica. E pazienza se è anche una città un bel po’ anziana, anzi tra le più anziane d’Italia. E’una città ricca, ma non sguaiata. E la sua eleganza si può persino dire democratica: i caffè liberty sono frequentati da tutti, i ragazzini un po’ tamarri e le due amiche sudamericane sono a loro agio a fianco delle signore impellicciate che leggono il “Piccolo” (ma di giornali da leggere ce ne sono sempre una mezza dozzina almeno in ogni locale). E il caffè costa 80 centesimi ovunque, anche al mitico Tergesteo o allo storico Caffè degli Specchi; mica come nel centro di Milano e Roma che se non stai attento in certi posti ti rubano un euro e trenta per una tazzina.

Trieste è una città crocevia tra culture. Mondo latino, mondo tedesco, mondo slavo. Una città che per un secolo e mezzo, prima che arrivassero i nazionalisti a fare a pezzi tutto, godeva di grandissima tolleranza. Quale altra città d’Italia ha una moschea del XIX secolo? E poi la chiesa greco-ortodossa di fine Settecento, e quella serbo-ortodossa in stile bizantino, con le scritte cirilliche. E il bianco neogotico della chiesa luterana, di metà ottocento (pro-te-stan-ti!!) . E la chiesa valdese e persino quella dei misteriosi mechitaristi armeni (tanto misteriosi che l’edificio si vede bene solo dal mare). Ci stavano tutti, perché portavano commercio e soldi all’unico porto dell’impero. Tolleranza per tutti. E pazienza se era per soldi, almeno all’inizio. È ancor oggi l’unico posto in Italia (così mi dicono…) dove i musulmani possono seppellire con il loro rito, nella nuda terra, senza cassa zincata; in deroga alla legge italiana, grazie alle patenti di tolleranza di sua maestà l’imperatore Giuseppe II. Alla Sacchetta, invece, c’è uno stabilimento balneare con la spiaggia divisa da un muro, per permettere agli ebrei ortodossi di prendere il sole, divisi tra maschi e femmine (così fino alla seconda guerra mondiale, quando di ebrei ortodossi ce n’erano ancora; oggi è una normale spiaggia “urbana”). Roba che forse non va molto a genio ai laicisti d’oggi, che di sicuro non piace ai teocon difensori a mano armata della tradizione giudaico-cristiana, ostili ad ogni diversità. Ma che per me ha un fascino incredibile.

Trieste è però anche la città del sogno spezzato, la Sarajevo d’Italia. Campo di battaglia dei nazionalismi, forse più di ogni altro luogo in Italia. Nella seconda metà dell’Ottocento la rinascita romantica delle nazioni se la prende con l’impero, ovviamente anche con buone ragioni. Spesso è un sentimento democratico, che unisce le diverse componenti nazionali: l’irredentista triestino Guglielmo Oberdan, padre della patria (“Oberdan, Sauro e Battisti”, dice la Canzone del Piave), non si chiamava forse Wilhelm Oberdank, figlio di una coppia italo-slovena? Ma nel Novecento l’incanto si rompe sotto la spinta dei nazionalismi, spesso mascherati da ideologie. Così girando per Trieste trovi la targa che ricorda la casa della cultura slovena, bruciata dai nazionalisti e dai fascisti nel ’20. Più giù, nella periferia sud, c’è la Risiera di San Sabba, dove migliaia di partigiani e civili (per lo più sloveni, in misura minore croati e italiani) furono uccisi dai nazi-fascisti. La stessa Risiera che pochi anni dopo ha accolto, per mesi, i profughi dell’Istria, sopravvissuti alle vendette e scacciati dalla reazione jugoslava che spesso confuse fascisti con italiani (e qui mi fermo, questione molto complessa).

Ed è forse questo che più mi piace di Trieste: una città che porta in sé le ferite del Novecento, la drammaticità del bivio tra convivenza e scontro, tra apertura e intolleranza, tra multiculturalismo e stato etnico. Altro che l’immagine da cartolina del castello di Miramare e delle sventure delle povere principesse Sissi e Carlotta. Ma non preoccupatevi: lo splendore dei palazzi sulle Rive al tramonto o il mare azzurro come il cielo mattutino spazzato dalla bora rischiano di farvi dimenticare tutto in un secondo…

(scritto nel gennaio 2009)

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