Messina e il baby-tram a rischio pensionamento

Potrebbe essere un vero record: una rete tranviaria nuova di zecca, che rischia di andare in pensione dopo soli 8 anni di lavoro, dopo l’inaugurazione nel 2003. Succede a Messina, dove era nata una linea di tram che sembrava un miracolo. Moderna e ben realizzata, doveva costituire una “spina dorsale” per il trasporto cittadino e ha rappresentato un intervento sul tessuto urbano all’altezza dei migliori esempi europei, delle tante città in cui da metà anni Novanta si sta assistendo alla “rinascita del tram” (a destra: una fermata con giochi d’acqua; foto da Skyscrapercity, utente Logan1975). Un mezzo di trasporto pulito e silenzioso per migliorare – anche solo un poco – la vita di una città del Sud poco considerata.

Una volta spesi (tanti) soldi, però, sono iniziati i problemi: partendo dalla gestione non proprio innovativa – le linee di autobus “storiche” non erano state minimamente ridisegnate, al contrario di quanto si fa di solito, cercando di ridurre l’afflusso di mezzi su gomma in centro- e continuando con una cura di impianti e tram che lascia qualche dubbio. L’ufficio apposito della motorizzazione di Catania – citato dal sito specializzato Cityrailways – segnalava poche settimane fa, con linguaggio burocratico vagamente sgrammaticato, «l’assenza e la mancata sistematicità, in ordine temporale, riguardo le visite alle opere d’arte e ai fabbricati, l’armamento e agli impianti e le condutture per la trazione elettrica», «oltre la nota mancata attività d’interventi sui rotabili, il continuo accadimento di incidenti, l’irrisolta problematica delle rotture al pantografo». La metà dei 15 moderni tram Alstom Citadis sono fermi da anni.

Di certo una brutta storia, che non fa onore alla città e che rischia – partendo dall’ostilità tutta italiana per il trasporto su rotaia – di far passare l’idea che il tram moderno sia un investimento sproporzionato e poco conveniente. Per confronto positivo, si possono citare invece gli ottimi risultati registrati da altre due reti italiane “nate da zero”, quella di Bergamo (dove in Val Brembana chiedono a gran voce una seconda linea) e quella di Firenze.

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