Budapest, il qui e l’altrove

Sette giorni nella pianura pannonica e a Budapest: quello che cerco è più in là, ma nel 2009 volevo solo immaginarlo

Il Venezia Express, il treno espresso in viaggio verso est (e verso sud, verso i Balcani), ha dieci carrozze e quasi altrettante destinazioni. Va a Budapest, ma intanto lascia lungo la strada una serie di carrozze dirette: Belgrado, Cluj Napoca, Bucarest, una volta alla settimana due wagon-lits per Kiev e Mosca, pare pure molto frequentate a dispetto delle sessantun ore di viaggio complessive. Ma io mi fermo nella capitale ungherese. Budapest, Vienna, Praga. Il centro dell’Europa dovrebbe essere questo, il triangolo tra le tre capitali della Mitteleuropa. Com’è che non ho mai visto Praga, che ho vaghi ricordi di Vienna e invece ritorno a Budapest per la seconda volta? E perché non vado più a est? Che ci faccio qui?

Un’unità di produzione
Appena oltre la frontiera croata, la campagna ungherese è un’alternanza di incolti giganteschi e fazzoletti di terra curatissimi. Le stazioni sono silenziose, i binari coperti d’erba. I tralicci degli elettrodotti, robustissimi, violentano le colline morbide. Citando altri: ecco la terra ridotta igienica e sterile, una unità di produzione. Ma l’unità di produzione della pianura padana lavora ancora a pieno ritmo, qui invece ha l’aspetto di un altoforno abbandonato: le fattorie di Stato sono scomparse e i piccoli proprietari, che trionfarono nelle prime elezioni libere del 1990, hanno forse scoperto che la terra rende meno che non uno studio dentistico per curare gli austriaci o un’import-export di veicoli usati che trasferisca le automobili Euro 0 verso i mercati dell’est. Ma sulle sponde del lago Balaton mi risveglio: la piccola folla ferma al passaggio a livello guarda dentro l’intimità dello scompartimento. Hanno canotti gonfiabili e borse a tracolla e ombrelloni, dalle casette vanno alle spiagge sul lago: uguali ad un gruppo di bagnanti di Varazze o di Cattolica. È ancora qui

Budapest is burning
Ci sono alcuni miei amici in città, lo so per certo. Migliaia di ragazzi da tutta Europa sono accorsi per il festival musicale Sziget, sull’isola Margherita, a nord della città. La sera, mentre si cena in una taverna o in un locale, si colgono spesso, tra le parole tedesche e inglesi, nomi celebri, un “fatboy slim”, un “faith no more”. Nato nel 1993, il festival è diventato un evento di richiamo e aperto al mondo, che porta a Obuda gruppi mainstream e underground, compresi i suoni della musica etnica, suoni balcanici, turchi (tra cui i brianzoli “Figli di madre ignota“, che fanno “spaghetti balkan”). Così il festival rappresenta tutto il contrario del vento di chiusura e purezza etnica che spira nel Paese e che se la prende con tutti i diversi. Il rock come resistenza, come a Sarajevo.

La ragazza del Danubio
Il bel Danubio non è più blu, tanto meno in un giorno afoso di agosto. Percorrendo le sponde verdi ci imbattiamo nel silenzioso e antiretorico memoriale delle prime vittime dello Shoah a Budapest. Una lunga fila di scarpe realizzate in bronzo, pesanti calzature da operaio ed eleganti scarpette col tacco, mocassini da impiegato: basta poco a dare l’idea di quante singole esistenze siano scomparse nel gorgo. Ma nessun cartello spiega, così una ragazza straniera in calzoncini, un po’ smarrita e incuriosita, si avvicina al monumento e prova a infilare il suo piedino in una scarpa. Sarà già un rito da turiste, tipo la monetina nella fontana di Trevi? Non so, però il gesto della Cenerentola del Danubio non stona poi tanto, nella sera budapestina sembra dar corpo alla voglia di vivere, anche di fronte alle tragedie.

“Giorgio Perlasca, quello della fiction”
Nel settembre del 1944 l’ammiraglio Horthy, reggente fascista dell’Ungheria dagli anni venti, viene destituito con un colpo di stato. Trattava con russi e americani. E in più – nonostante due diverse leggi razziali emanate – non aveva ancora dato corso alla “soluzione finale” contro gli ebrei. Al posto di Horthy vanno al potere le “croci frecciate”, i nazisti ungheresi, che perseguono con ferocia il sogno della purezza magiara. Non c’è posto per gli zingari, nè tantomeno per gli ebrei. I primi massacri li compiono in riva al Danubio, appunto, poi inizierà velocissima la deportazione ad Auschwitz. Occorre fare in fretta, il nemico russo è alle porte. Contro la macchina nazista (la ferocia delle croci frecciate e l’efficienza burocratica di Eichmann) si muovono un pugno di diplomatici coraggiosi capitanati dallo svedese Raoul Wallenberg. Tra loro anche il commerciante di carni italiano Giorgio Perlasca, che è un po’ fascista, ma non esita a fingersi diplomatico spagnolo per salvare gli ebrei ungheresi. A visitare la sinagoga di via Dohany – la più importante della città – ci sono anche un po’ di italiani. «Perlasca, è vero, ‘amo visto la fiction» conferma un signore romano nel giardino del museo ebraico, davanti al monumento dedicato ai giusti di Budapest.

Quei vuoti orientali
Nella sinagoga centrale di Dohany Ut si trovano decine di giovani ebrei, fanno le guide, si occupano della sicurezza, salgono verso gli uffici della comunità. Se confrontata con quelle, ben più piccole, delle città italiane (Trieste, Venezia, Casale Monferrato, Asti…), la comunità sembra viva e aperta al futuro, per certi versi meno coinvolta dal discorso sulla memoria. Intorno alla sinagoga centrale, dietro Kiraly Utca che fu il centro del ghetto negli anni quaranta, se ne trovano subito altre due, ancora in uso, grandi come chiese cattoliche. Ma altrove, nelle periferie, gli edifici neoclassici delle sinagoghe sono abbandonati. Dei più di 700mila ebrei d’Ungheria, oggi ne sono rimasti meno di13mila. E così, guardando la sinagoga di Obuda trasformata in studio della televisione magiara, si inizia a percepire il grande vuoto lasciato dalle comunità ebraiche orientali, in Polonia, in Lituania, in Bielorussia, in Ucraina: comunità cancellate fino all’ultimo uomo, all’ultima donna, all’ultimo bambino. È qui che inizia l’Est, l’altrove. Qualcosa che noi italiani nemmeno riusciamo a immaginare: in alcune località gli ebrei erano anche il 30% della popolazione, oggi sono rimasti pochissimi. Sighet, cittadina oggi in Romania, ma allora in Ungheria, ha dato i natali a Elie Wiesel, autore del celebre romanzo “La notte”: nel 1943 ventimila abitanti su quarantamila erano ebrei, oggi ne sono rimasti solo ventuno (21).

Il vento fa il suo giro
La presenza ebraica oggi è meno consistente dal punto di vista numerico. Ma l’antico istinto ostile agli ebrei ritorna: già nel 1990, alle prime elezioni democratiche, il “partito dei piccoli proprietari” aveva di nuovo agitato la bandiera degli «ebrei che hanno in mano il potere economico». Nel 2006 l’estrema destra celebrò la rivoluzione antisovietica del 1956 incendiando le piazze. Alle elezioni 2009, in piena crisi, Jobbik, il “movimento per un’Ungheria migliore” di estrema destra ha conquistato quasi il 15%, con una campagna elettorale che, ça va sans dire, imputa il declino economico ai “corpi estranei” della società, dagli ebrei agli zingari, ai musulmani. La modernizzazione e la privatizzazione spinta hanno aumentato le differenze sociali e la precarietà, defraudato gli ungheresi della loro sovranità.
«Che aria si repira? Non buona, ma siamo abituati, è già successo. Teniamo alta la guardia», mi dice un ragazzone con lo zucchetto in testa, in sinagoga. Uno stupido turista come me non è in grado di cogliere i segnali, tanto più che la lingua ugrofinnica è tanto diversa dagli altri ceppi linguistici europei da essere totalmente incomprensibile (tanto per dire: ebreo si dice zsido). Un giorno ho visto dei ragazzini che attaccavano manifestini antifascisti, con inequivocabile segnale di divieto su una svastica. Ma non ho mai visto manifesti con le croci uncinate. Forse – mi dico – perchè quando il vento tira già in una certa direzione, non c’è bisogno di manifesti e scritte sui muri.

Oltre le colline, il mar Nero
A proposito di musulmani. Sembra strano, ma della dominazione turca, durata duecento anni, è rimasto ben poco a Budapest: il mihrab (la nicchia rivolta alla Mecca) nella chiesa parrocchiale di Pest e due bagni turchi cinquecenteschi.
Ma a nord di Buda, vicino al ponte Margherita, tra i vecchi palazzi mitteleuropei grigi, c’è una viuzza che si inerpica su per la collina, pavimentata in blocchetti di pietra e fiancheggiata da casette basse. Sembra un pezzo d’Albania. O Istanbul. In cima alla salita una mezzaluna dorata richiama l’attenzione sulla tomba (turbe) di Gul Baba, il padre dei dervisci, i monaci mistici musulmani. Gul Baba morì sotto le mura di Buda dopo la presa della città da parte dei turchi, nel 1541, e fu venerato come santo, padre di un Islam mistico e interiore, lontano dal legalismo.
Un uomo e una donna escono scalzi dalla tomba, ma noi non riusciamo a capire dal custode – un vecchietto turco, che parla solo l’incomprensibile ungherese – se sia possibile entrare nella turbe. Non importa.
C’è silenzio. Intorno al tempietto ottagonale in pietra crescono le rose, a cui sono legati racconti di miracoli compiuti dal monaco sufi, e le vasche d’acqua sembrano, in piccolo, quelle dell’Alhambra di Cordoba. Dalla balconata in pietra si vedono i ponti, il gigantesco parlamento neogotico e tutta Pest, velata dalla cappa d’umidità d’agosto. Il Danubio aggira sinuoso le colline e scorre lento verso la grande pianura pannonica. Verso il mar Nero. Odessa e Istanbul. L’idea dell’Oriente, ma non è ancora Oriente.

(Scritto nell’agosto 2009. Le foto sono mie, esclusa quella del cartello del Venezia Express)

Nota ferroviaria: dal dicembre 2011 il Venezia Express, il treno che collegava l’Italia all’Ungheria e a mezza Europa Orientale (un tempo persino la Grecia), è stato soppresso. Decisione unilaterale delle ferrovie italiane, che hanno ritenuto insostenibile gestire il tratto Villa Opicina-Trieste-Venezia. Le MAV, le ferrovie ungheresi, avevano chiesto di mantenerlo in servizio

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