Il Bar Keren e gli eritrei milanesi di San Siro

Se chiedete ad una guida turistica dove stiano gli eritrei a Milano, vi risponderà: tra Porta Venezia e l’inizio di Buenos Aires. Avrebbe ragione, visto che qui c’è grande concentrazione di ristoranti e visto che nel 2009 è intorno a quella zona che si muovono i rifugiati eritrei hanno nel mezzo dell’emergenza. Per me, invece, il luogo eritreo di Milano sta in una viuzza stretta e malridotta del quartiere popolare di San Siro: in via Micene angolo via Preneste troverete il Bar Keren, piccolo punto di riferimento di una comunità eritrea d’antica data. Siamo in un isolato che fu realizzato poco prima della Seconda Guerra Mondiale: nella breve via Micene gli architetti razionalisti piazzarono – come in altri punti del quartiere – anche una schiera di bassi edifici fatti di un solo locale al piano terra, destinati a negozi ed esercizi commerciali vari. Oggi nell’edificio a metà via sta il centro sociale Micene, in quello d’angolo il Bar Keren.
L’insegna con i colori eritrei e le eleganti lettere dell’alfabeto ge’ez sulla vetrina attraggono subito l’attenzione: il piccolo bar di periferia prende l’aspetto di un luogo di riferimento per la comunità eritrea. La televisione parla tigrì, sui muri un poster indipendentista scolorito (“È il tempo delle sfide!”, dice il soldato in mimetica) convive con quello della squadra ciclistica Mereb Debub, che ha una qualche forma di gemellaggio con il nostro bar, che porta il nome di una città eritrea. «Buongiorno a tutti, signori!» urla allegro, la domenica mattina, uno dei tanti vecchi africani che frequentano il bar. Affollano il tavolo da biliardo e il bancone: alcuni sono vestiti d’una eleganza d’altri tempi, uno sfoggia un paio d’occhialini alla Ray Charles mentre ride al tavolino. «Siamo arrivati negli anni Settanta-Ottanta, qualcuno anche nei Sessanta» mi spiega un signore, nel gruppetto che armato di caffè e bianchini circonda la cassa chiacchierando con il barista, il signor Yemane. Nel 2002 l’anagrafe di Milano – strumento necessario ma quanto mai non-sufficiente, da queste parti – diceva che gli eritrei nel quartiere San Siro erano 168, il 6% dei 2737 stranieri residenti. In dieci anni qui di cose ne sono cambiate, presumo che anche il numero degli eritrei sia cresciuto come quello degli stranieri in generale (di più o di meno di altri gruppi, non lo so). Se cercate il Keren Bar sul web, troverete ben poco: è un posto di periferia, senza attrattive particolari, frequentato da gente popolare, ma è comunque un posto curioso da visitare, se ci capitate. In mezzo ai signori africani, ci sono anche gli altri residenti del quartiere, facce da muratori, da operai. C’è un tizio di mezza età alto un metro e mezzo, in cappotto grigio, che sembra un contrabbandiere di sigarette di un film neorealista. Ogni tanto al bancone c’è una donna eritrea avvolta in uno scialle bianco, la versione africana della Madonna in gesso in mostra tra le bottiglie degli amari. Il caffè è servito con una traccia di polvere sul bordo della tazzina, non so perché ma ha un gusto un po’ africano (o turco?). Ma queste, forse, sono solo suggestioni.

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