Vado verso il Capo (sul treno a manovella)

Vada in mona il mare, almeno per un pomeriggio. Addio alle folle di bagnanti, me ne vado per ulivi e muretti a secco, lungo la ferrovia Lecce-Gagliano del Capo, dove finisce l’Italia, Santa Maria di Leuca puntata verso il Medio Oriente. Vado verso il Capo, come diceva il titolo di un libro che mi rileggo ogni cinque anni.

Viaggio in treno, è ovvio, a treno e piedi, per andare alla scoperta di una ferrovia – le linee salentine delle Ferrovie del Sud Est – che è un museo vivente, tecnico e umano: qui sono ancora gli uomini a far andare i treni, ogni segnale e passaggio a livello è ancora comandato a leve, cavi d’acciaio, manovelle, ogni comunicazione è fatta a voce via telefono. Eppure le linee salentine sono ancora un riferimento, nella civile Puglia quasi tutti i paesi del Salento hanno ancora il servizio pubblico. I trenini delle FSE hanno fatto pure da filo conduttore per un film semi-underground che qui è andato a ruba e si è guadagnato pure un posto nel catalogo di Blockbuster Italia. Parto da Zollino, stazione di diramazione tra le linee per Gallipoli, Otranto e Gagliano. Sul marciapiede ci sono frotte di ragazzi africani, braccianti e venditori delle spiagge, tanto che già son pronto a rivedere l’immagine che ho in mente: sta vedere che pure qui – come in gran parte del Sud – il treno è solo il mezzo degli ultimi, dei più poveri? E invece no, sull’automotrice Fiat singola (un solo vagone) ci sono anche ragazzini, donne e altra gente di ritorno da Lecce, bagnanti diretti a Otranto. Tempo due minuti e il macchinista Donato mi invita in cabina, accanto al silenzioso ma simpatico capotreno. I due ferrovieri mi interrogano subito sulla mia passione per i treni, ma non sono troppo stupiti: di gente con la macchina fotografica che immortala la ferrovia-museo ne vedono parecchia .

Anche a sessant’anni si può essere ancora precari e aspettare, un giorno, di essere stabilizzati. Alla stazione di Sanarica, dove sbarco, conosco Antonio, l’assuntore. «Lavoro dal lunedì al sabato- mi spiega -. Primo treno alle 7.05, l’ultimo alle 20.35. Ci sono anche i momenti di riposo, però è dura lo stesso». Oggi quando parli di assuntore al più viene in mente la segnalazione alla prefettura di chi sniffa. Un tempo invece era una parola nota nei paesini di campagna, fino agli anni Settanta: l’assuntore era il capostazione o il casellante, non dipendente delle ferrovie, ma libero professionista che aveva in appalto la gestione della stazione. Trecentosessantacinque giorni di lavoro l’anno, orari improponibili, sostituto da pagare per avere qualche giorno di ferie. Solo verso la fine dei Sessanta – dopo varie lotte sindacali – le FS si accorsero che gli assuntori erano esseri umani e non muli e iniziarono a dare loro qualche giorno di riposo e qualche diritto in più; alla fine degli anni Ottanta la figura dell’assuntore scomparve. Ma non sulle Ferrovie del Sud Est, dove su alcune linee gli assuntori ci sono ancora e hanno solo il riposo domenicale e una manciata di giorni di ferie. Ad ogni treno Antonio chiude i passaggi a livello con un arganello, apre il segnale con una leva, vende i biglietti, chiama la stazione successiva con il telefono a manovella (energie rinnovabili) per chiedere il via libera al treno. Così da trentun anni, lo testimoniano le foto sui muri foderati di legno: in trent’anni, sulla linea Maglie-Gagliano del Capo, non è cambiato nulla, si sono aggiunte solo le rughe sul suo volto. «La linea per Gallipoli è stata modernizzata, i colleghi lì sono stati sistemati (cioè assunti con regolare contratto). Noi aspettiamo ancora», spiega con la pazienza della gente del sud. Pare che tra un paio d’anni partiranno i lavori: scomparirà questa ferrovia d’altri tempi, ma la gente che ci lavora farà vita più cristiana. Speriamo che Nichi Vendola si muova, visto che la ferrovia è di proprietà della Regione.

Antonio abita nella stazione, ai margini del paese. Tra un treno e l’altro, dove previsto dal regolamento, può andarsene a far due passi. La vita delle casellanti è più dura: stanno in mezzo alla campagna, ognuna di loro – le “badanti della ferrovia”, le ha chiamate Paolo Rumiz nel suo “Seconda Classe” – deve badare a uno o due passaggi a livello. A piedi raggiungo l’incrocio vicino al segnale ad ala (altro residuato scomparso su altre linee) appena fuori da Sanarica, lato nord: arrivo trafelato, la casellante – braccia ben tornite dall’esercizio quotidiano – ha appena chiuso la sbarra. Mi vede, mi sorride, con due giri di manovella alza appena la barriera biancorossa e mi fa passare. Aspetto il treno seduto sul muretto a secco di sassi, le nubi passano veloci nel cielo come aerei, in direzione dello Ionio, spinte dallo Scirocco; i figli della casellante fanno il bagno in una piscina gonfiabile, visto che non possono andare al mare, inchiodati pure loro alla ferrovia. La sorellina scalpita con un paio di braccioli verdi, il fratello maggiore, sui sedici anni, mi guarda storto per la macchina fotografica. «Son qua per fare la foto al treno», rispondo pronto, contando sul fatto che ormai conoscano la strana fauna di appassionati dei treni cha calano dal nord. In realtà stavo davvero fotografando la scenetta familiare un po’ pasoliniana. «Abbiamo visto le foto su un giornale che parla di treni, ce le hanno portate» mi spiega la casellante dopo che il treno è passato, mentre con tredici giri di manovella riapre l’altro passaggio a livello di sua competenza, trecento metri più vanti verso Maglie.

Mi rimetto on the (rail)road e ritorno alla stazione. «Volevo riposare, ma poi mi son detto: adesso torna Robberto e non mi trova più». Troppa grazia assuntore Antonio. Mi mostra orgoglioso la copia di TuttoTreno (casso ridete, voi?) con le foto delle vecchie automotrici Breda del 1959 sotto i segnali di Sanarica, con i frontali rotondissimi anni Cinquanta che fanno venire in mente Anita Ekberg e Sophia Loren. «Quelle (le Breda, non la Ekberg e la Loren) sono le migliori, non si guastano mai», commentava il macchinista Donato. Ecchettedevodì, cumpà? A Milano facevamo roba buona, vienici ora alla Breda se hai il coraggio di vedere come è ridotta: palazzine e capannoni abbandonati.
Faccio una foto ad Antonio accanto al telefono a manovella e mi rimetto in marcia, direttamente sul binario. «Tanto per mezz’ora non passa nulla e quando arriva il treno lo vedi dal segnale che si abbassa». Dalla stazione al segnale lato sud sono ottocento metri lineari, ma paiono ottocento metri di dislivello in montagna, con 37 gradi di temperatura. E soprattutto con il micidiale passo traversina: passo lungo, passo corto, passo lungo, passo corto per tenere il ritmo delle assi di legno tra i binari. All’inizio cazzeggio un po’, poi do anche un’occhio alle spalle: vabbè che Antonio lo fa da trentanni ed è sicuro, vabbè che ciò gli orari in tasca, ma un po’ di prudenza non guasta. In dieci minuti arrivo al segnale, sembra perso nel nulla, il binario stretto tra i muretti a secco, intorno terra rossa e ulivi. Roba da film neorealista, sembra “Non c’è pace tra gli ulivi”. Vabbè, ho capito: troppe suggestioni e citazioni, dici. Allora ti riporto all’attualità: quando sono vicino, da dietro una fila di piante, d’improvviso, compare un campo intero di pannelli solari, giganteschi, tavolone di sei metri per tre che si orientano verso il sole, saranno una trentina almeno. Guardala qua, la rivoluzione energetica di Nichi Vendola, giusto accanto alla ferrovia che si muove ancora a forza di braccia e di manovelle: di impianti fotovoltaici (ed eolici) se ne trovano in quantità ovunque, sulle vetrine dei negozi campeggiano i volantini dei corsi per installatori di fotovoltaico, che sembrano la grande speranza per i giovini disoccupati locali.

Aspetto per un po’ il treno, salvo poi scoprire che è sì una Breda, ma tutta pittata dai writers (ma i treni in genere sono puliti). Foto inservibile. Così mi rimetto in marcia per Poggiardo, cinque chilometri a piedi prima sulla strada vicinale sterrata, poi nella brutta periferia di case moderne. Dopo una birra gelata approdo alla stazione, linda e ordinata, con il giovane capostazione pronto alla manovella. Studio l’inquadratura sul passaggio a livello tra le case: arriva una Fiat, doppio fischio entrando in stazione, è Donato che mi saluta con la mano dalla cabina. Senza pudore, salgo sul treno non dalla porta, ma dalla saracinesca del bagagliaio, spalancata per far entrare aria nel vagone, e prendo posto in cabina. Il capostazione passa una bottiglia d’acqua, ci riforniamo tutti approfittando del leggero anticipo sull’ora di partenza. Spiega ancora Donato: «Qui siamo una famiglia, lo vedi. E infatti io c’ho fatto anche il filmino di famiglia, i video li trovi su iutubbe. Qualcuno non ha capito il senso, non tutti sono orgogliosi del loro lavoro in ferrovia. Noi – dice indicando il capotreno accanto a lui – invece sì, ci piace quando incontriamo gente come te». Anche se alla fine mi prenderanno per matto, specie quando rispondendo a domanda cito esatti esatti i chilometri FSE in esercizio (474, per la cronaca: la rete più estesa dopo le FS, tutta a trazione Diesel). Passiamo da un casello tra gli ulivi e Donato lancia tre fischi lunghi: «Questa qua sempre in mezzo ai binari sta, è matta», dice ridendo, mentre la casellante gli fa un gestaccio per scherzo. A Maglie ci affidano tre raccomandate interne, ordini di servizio e documenti da portare al deposito di Lecce, con tanto di firma di presa consegna. Il capostazione (siamo in una stazione di diramazione, importante, mica in una stazioncina di campagna) guarda di traverso me e la mia maglietta Aeroflot. «Nuovo assunto, corsa d’istruzione linea», ribatte Donato, facendomi passare per un allievo macchinista. Manca poco alla fine del viaggio: scendo a Zollino, parlo ancora un po’ con Donato che si rinfresca alla fontanella di stazione (quelle delle FS, nelle stazioni abbandonate, sono belle che morte), mentre aspettiamo il treno da Gallipoli. Arriva una automotrice Fiat gemella, i due vagoni vengono agganciati e ripartono insieme verso Lecce, quasi facendosi forza l’un l’altro. Io mi rimetto in marcia per tornare a “casa” a Soleto. A piedi, come sempre.

Scritto nell’estate 2010

Annunci

One thought on “Vado verso il Capo (sul treno a manovella)

  1. Bella e reale la tua descrizione sulla giornata lavorativa dei lavoratori delle f.s.e. in particolar modo degli assuntori e macchinisti. Si, è proprio vero: nella ferrovia sud-est ci sentiamo in famiglia e tra le varie categorie esiste una certa solidarietà. La f.s.e. a mio parere è tra le più belle al mondo! Un caro saluto ed arrivederci nello splendido ed affascinante Salento.
    Donato Grilletti Macchinista f.s.e.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...