La straordinaria promessa tra Springsteen e il pubblico di Milano

Quasi quattro ore incredibili, di musica e di dialogo con i fan, fatto di cori e sguardi e gesti, più che di parole: Bruce Springsteen e la E-Street Band allo stadio di San Siro sfoderano una forza fisica e spirituale magnetica, per uno show che già nella mattina di venerdì anche i media internazionali dipingono come unico. Non fosse altro per la lunghezza: dalle 20.35 a ben oltre la mezzanotte, per quasi quattro ore. 33 canzoni, praticamente un record ineguagliato. L’attacco con due pezzi dell’ultimo disco conquista il pubblico, ma poi è Badlands il vero richiamo della tribù del Boss, con la promessa urlata al cielo al tramonto sopra Milano. L’energia del Boss è eccezionale, lo si vede quando infila in serie un quartetto di pezzi tiratissimi, una Johnny 99 ormai quasi gioiosa a dispetto del tema cupo, poi l’operaia Out on the street, poi ancora la promessa collettiva di No Surrender e alla fine il ballo working class di Working on the highway. Springsteen balla, porta sul palco i bambini facendoli cantare, in Dancing in the Dark, alla fine, farà salire anche una ragazza del pubblico a ballare, come nel video di quasi 30 anni fa, protagonista l’allora sconosciuta attrice Courtney Cox.

Nella notte rispunta però il lato folk dello Springsteen narratore, con Promised Land ad anticipare una versione di The River che parte come un richiamo ancestrale per la tribù (il primo arpeggio d’armonica, sempre identico) e finisce quasi trasfigurata, con la voce del Boss in falsetto e un lamento di armonica che riempie il silenzio di 70mila presenti (non li chiameremo spettatori). Jack of all trades e Shackled and drown sono il canto all’America che fa fatica, devastata dalla crisi economica che colpisce duro i poveri e i lavoratori («The banker man grows fatter, the working man grows thin»): è qui che Bruce – parlando persino in italiano – si concede gli unici veri monologhi del concerto, per il resto parco (ma non avaro) nelle parole. Parla degli Usa, ma parla anche dell’Italia («mi dicono che anche voi non ve la passate bene») e viene il dubbio che sia vero – e non retorica da concerto – quando rivolgendosi a San Siro dice che «This place is special for us, siete i migliori».

Che a Milano stia per regalare un concerto eccezionale, lo si vedrà solo un’ora e passa dopo. Dopo aver sparato i grandi classici come Born in the Usa e Born to run e Bobby Jean e Hungry Hearts, 10’s avenue freeze out dovrebbe essere la conclusione, quando la band si ferma del tutto sul verso «Big man join the band» e sul palco compaiono le immagini di Clarence Clemons, che se n’è andato meno di un anno fa e sul palco è sostituito dal nipote, Jake Clemons, che Springsteen incorona a erede nella band a suon di rudi pacche sulla spalla. E invece a sorpresa risfodera ancora Glory Days e una gioiosa Twist and Shout, dopo essere crollato sul palco ed esser stato “rianimato” a suon di acqua fredda da Little Steven. Ma forse la vera fine era davvero 10’s avenue freeze out che, insieme a Spirit in the night e The E street shuffle, è quasi l’omaggio a quei ragazzi degli anni Settanta che suonavano nei locali del Jersey Shore. Clemons e Danny Federici se ne sono andati, gli altri sembrano ricordarli così, divertendosi ancora come fossero ventenni e facendo ancora il loro lavoro al massimo per chi viene a sentirli. E forse è questo che fa di ogni concerto che si aggiunge ai giorni uno spettacolo irripetibile: una promessa reciproca, nella E-Street Band e tra la band e il pubblico, difesa nella trincea di ogni show nella notte.

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