Tra Tirana ed Elbasan, avanza l’autostrada tra i monti

Cave e cantieri punteggiano le valli tra le due città, i camion si muovono senza sosta. E anche il mondo della montagna cambia a gran velocità, in un Paese che pare ancora incerto su quale strada prendere. A partire dal rapporto con il suo passato

L’autostrada a quattro corsie, il Carrefour, una fitta lottizzazione di villette. Un paesaggio così lo immagini nella periferia d’una grande città francese o italiana. E invece è l’Albania all’inizio del 2012: la periferia nuova di Tirana – almeno, a guardare questo brano di città – ha perso completamente l’aspetto orientale che aveva solo pochi anni fa: è in costruzione la nuova superstrada Tirane-Elbasan, una grande opera che si connette con la tangenziale della capitale. Il nastro d’asfalto a quattro corsie è ancora in costruzione, ma su due di esse corrono già i veicoli: la vecchia strada per Elbasan di cui abbiamo già raccontato si arrampica ancora su per la collina verde del “Cimitero dei martiri” (dove riposano migliaia di partigiani caduti durante la Seconda Guerra Mondiale), ma poi svoltando a destra si scende nel quartiere Sauk e si finisce catapultati nel mezzo della nuova superstrada, mezza in uso e mezza in costruzione. Sulla collina a sinistra – verso Nord-Est – la città avanza, pronta ad attestarsi lungo l’autostrada. Ma se gran parte del paesaggio è fatto ancora della disordinata, minuta, anarchica edilizia fatta di case mezze incompiute e bar scalcagnati, un’altra parte è invece tutta figlia del modello ormai occidentale: con i Resort luccicanti, il centro commerciale Carrefour, una lottizzazione fatta a regola d’arte con le villette dagli intonaci perfetti e dalle alte mansarde, un quartierino tutto chiuso dietro un muro di cemento da gated community di stampo americano (e d’aspetto quasi israelo-palestinese).

Cosa è stato della strada tra le montagne? Per ora vive ancora d’un traffico intenso, per certi versi più intenso a causa dei cantieri aperti nelle vallate sottostanti. Dall’alto si vedono non solo i campi base, ma anche le cave sui fianchi della montagna, con le strade d’accesso su cui rombano i camion bianchi della Aktor, il general contractor della grande opera. Penso allo scempio delle colline intorno alla città storica di Kruja, visto due anni fa, i pendii boscosi mangiati pezzo a pezzo dalle cave, ridotti a ferite rosse come la terra argillosa scoperchiata dalle ruspe. Anche se poi mi rendo conto che qui le dimensioni sono diverse, più modeste, e il parallelo che mi viene alla mente sono le mille cave bianche sulle colline tra Bergamo e Brescia, zona Montichiari e dintorni (chissà cosa pensa un viaggiatore tedesco o francese che atterra a Orio al Serio, dello scempio italico). Anche qui il paesaggio delle montagne è eccezionale, con la roccia che affiora verso la cima, tra il verde della macchia.

Ci fermiamo in un bar sulla collina, tra i pini e gli olivi: architettura rutilante di stampo hollywoodiano, una bella terrazza affacciata sulla valle. Ripropongo il quesito che mi veniva alla mente: «Quando apriranno la nuova strada che passa nel tunnel, che fine faranno questi posti? Di cosa vivranno?». L’amico Agroni, che mi porta a Elbasan in auto, alza appena le spalle: «Non so, qualcuno dice che qui diventerà posto di turismo. Forse vivranno con la gente che viene a fare la gita». Ottimismo non del tutto ingiustificato: nel giro di pochi anni, anche la cura dell’ambiente (quella minuta intendo, legata alla gestione dei rifiuti) è migliorata, anche la sicurezza stradale ha fatto passi avanti. In un altro baretto lungo la strada avvistiamo un bel gruppo di ciclisti locali, un’altra coppia di ciclisti in caschetto la incrociamo poco oltre: impensabile pochi anni fa, quando era più facile incontrare qualche randonneur inglese o tedesco, piuttosto che un locale. «Qualcuno che va in bici c’è ma è ancora molto pericoloso», mi dirà due giorni dopo un mite professore di Korçe, mentre viaggiamo in pulmino-taxi verso la sua città, al confine con la Grecia.

Raggiungiamo il valico, dopo aver incrociato un baracchino che lungo la strada vende olio per motori e propone l’ennesimo lavazhi (autolavaggio alla buona). Inizia la discesa su Elbasan e per la prima volta vedo gli oliveti quasi puliti, là dove fino a pochi anni fa era pieno di sacchetti di plastica e rifiuti, gettati dalle auto in corsa. È comparsa anche una grande croce bianca, che guarda la pianura sottostante. Aspetto di rivedere i giganteschi mosaici propagandistici del Regime, di gusto cinese, ma l’amico Agroni mi mette subito in guardia: «Li hanno cancellati, sai? Coperti con vernice e pubblicità». I volti dei soldati, gli occhi allucinati dei carristi e delle infermiere e degli studenti pronti a combattere per il comunismo non si vedono quasi più: sono nascosti sotto la vernice bianca o – peggio – sotto le nuove scritte propagandistiche, fatte con una bomboletta spray, a mano o con gli stencil. I murales erano parte – discutibile – del paesaggio, questo sembra solo vandalismo. Forse un popolo ha diritto di cancellare la memoria della dittatura, come in Italia non ci si cura delle scritte fasciste che scompaiono (sotto una mano di vernice o dentro ad una ristrutturazione per “abitazioni di pregio”). Eppure resta un dubbio, quando – poco dopo che si è usciti da Tirana – ci si imbatte nel gigantesco memoriale della guerra partigiana: due anni fa la scultura della mano che stringe il fucile e gli altorilievi dei soldati tedeschi sconfitti erano coperti da decine di scritte fatte con le bombolette spray, oggi invece quasi luccicano al sole, dopo il restauro. Un altro pezzo dell’Albania fatta di tanti contrasti, ancora difficile da catturare.

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3 thoughts on “Tra Tirana ed Elbasan, avanza l’autostrada tra i monti

  1. Gli albanesi hanno scoperto un tesoro: il petrolio. Sono riusciti a rivitalizzare la produzione, quella iniziata già ai tempi del fascismo. Ora potranno farsi qualche gita in macchina; buon per loro.

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