Portugal di Cyril Pedrosa

Dopo averlo riletto due volte – la prima volta in modo come sempre vorace, la seconda volta con ritmi lenti, tazzina da caffè a fianco – ripongo sullo scaffale “Portugal” di Cyril Pedrosa e lo eleggo a miglior graphic novel mai letta. Con lo sguardo da ondivago profano (leggo sempre un fumetto come fosse un film, acquisto sfogliando i libri sugli scaffali), ho scoperto un autore a me sconosciuto e un libro che definirei capolavoro, alla faccia di chi sul web mi dice che c’è un Pedrosa anche migliore.

cyril_pedrosa_portugalIl libro – 264 pagine di grande formato – è intriso di dolcezza e malinconia, nel ritratto di una stagione di Simon, il protagonista, che si rimette in viaggio e incontra un mondo – il Portogallo – che lo accompagna alla riscoperta della storia della sua famiglia, fa ritrovare un senso nelle cose, lo riapre alla vita.
Tre parti, tre generazioni: “secondo Simon”, “secondo Jean” (il padre insoddisfatto e rassegnato, contrapposto al fratello e alla sorella, in parte custodi di un pezzo di storia “portoghese” della famiglia) e infine “secondo Abel”, alla ricerca del Portogallo da cui il nonno Abel partì emigrante.
Affascinante l’uso della lingua portoghese, che man mano si insinua, si affianca e quasi sostituisce il francese parlato dal protagonista (ovviamente: l’italiano nella traduzione): chi è a digiuno della lingua finisce a vivere quasi la stessa esperienza di Simon, che man mano inizia a comprendere l’idioma voluttuoso. Stupendo il colore degli acquerelli, con i colori della seconda parte in Borgogna – caldi come un bicchiere di vino rosso o il giallo dei campi d’estate – e la policromia degli stati d’animo nell’ultima parte, quella più intensa.

In portugal_cyril_pedrosatutte e tre le parti, il ritmo del racconto è placido e lento, a volte ad evocare silenzi molto diversi tra loro, specie tra la prima e la terza parte: ci sono pagine in cui i pensieri del protagonista scorrono – nelle singole vignette – lentissimi, come il vagare del pensiero davanti all’Oceano. A proposito: in Portogallo io ci sono stato una volta sola e per pochi giorni, ma il paesaggio della riviera e della spiaggia vuota dove si rifugia Simon è tanto realistica che mi sembrava di essere tornato a Vila Do Conde, un paese portugal_pedrosa_abel_manuelsull’Atlantico al Nord di Porto (e l’area dove si svolge la terza parte sembra proprio Porto, a giudicare dalle pagine quasi-finali durante la festa di Sào Joào). Ci sono lunghe pagine quasi oniriche di sapore molto cinematografico, come cinematografica mi sembra anche la pagina stupenda che evoca i minuti (o le ore) passate a guardar la fotografia di Abel e Manuel, il nonno e il prozio emigrati. È la loro storia quella che riempie la terza parte e che dà un senso a tutto, dolce e malinconico – dicevo – come tutto il libro.

Un plauso a Bao Publishing che ha pubblicato il volume in un sontuoso 24×32 che vale il prezzo (diciamo che è quasi il corrispettivo di un giorno di lavoro)

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