Il passato stereotipato delle fiction all’italiana

Devo dirlo: ogni volta che c’è una fiction Rai o comunque “all’italiana”, mi metto sempre seduto davanti alla tv con la vana speranza di vedere almeno un prodotto ben fatto. E – devo dirlo – tutte le volte ne esco a pezzi, a volte anche solo dopo la prima ora o la prima puntata: la fiction all’italiana è sempre più una accozzaglia di luoghi comuni e storie tenute insieme con lo sputo, con la malcelata voglia (spesso) di giocare anche con la nostalgia del passato, inevitabile forse visto il carattere televisivo e visto che si parla di un Paese sempre più anziano.
Sono un profano assoluto, per quanto riguarda il cinema, lo confesso. Per questo mi limito a parlare dell’impressione generale che ricavo dalle fiction: l’approccio biografico onnicomprensivo (from the cradle to the grave) e la conseguente rinuncia ad uno sguardo originale; i dialoghi poco credibili e forzati (del resto, dovendo narrare in 4-5 ore una vita intera…), talvolta quasi incomprensibili in scene brevissime; la tendenza a rendere centrali le storie sentimentali, quasi sempre in modo banale (con donne che si assimigliano tutte), a volte con risultati comico-demenziali, come nel caso della liasion d’amore “collaterale” infilata a forza dentro la fiction su don Gnocchi. Su tutto, in ogni caso, domina la scarsa accuratezza sulla reale storia dei protagonisti, spesso su episodi centrali: è questo che spesso fa indignare il pubblico più consapevole, a fronte di patetiche scuse che fanno riferimento alla “reinterpretazione” della storia (il che fa a pugni con il succitato approccio biografico/agiografico).

Di tutto questo, però, avranno già scritto meglio altri, in altre occasioni. Il motivo di questo post – sollecitato dalle ultime fiction su Olivetti e Gigi Meroni – è però un altro, quello dell’insieme di scelte che potremmo definire “ambientazione”. È qui che – tra zoppicante pretesa di storicità e improbabili “licenze poetiche” – la fiction all’italiana ha uno dei suoi nodi peggiori: evocare un periodo significa spesso costruire un passato banalizzato e ridotto a pochi riferimenti buoni per tutti, è la morte della memoria collettiva. È per questo che i treni nelle fiction sono sempre a vapore, anche se – putacaso – il protagonista è in viaggio a fine anni Trenta tra Roma e Milano, quando gli elettrotreni Breda sfrecciavano in servizio ordinario a 200km/h. È per questo che le strade degli anni Trenta sono sempre popolate di Topolino («guarda una Topolino! Me le ricordo», dice la nonna sul divano) e quelle degli anni Sessanta di Fiat 600. Poi, se i soldi sono pochi, “l’evocativo treno a vapore” lo andiamo a prendere in Romania, come credo sia successo nell’ultima fiction su Olivetti. Tutta questa ansia di banale ambientazione è infatti spesso bilanciata dalla sciatteria più assoluta sui particolari: così i giocatori del Torino, nella fiction su Gigi Meroni, giocano all’Olimpico di Torino con i sedili in plastica, anche se forse un vecchio stadio locale (anche solo questo) sarebbe stato più evocativo, tra tribune in nudo cemento e gradinate in pietra. Ed evocare, anzichè avere la pretesa di creare un plastico d’epoca in movimento, non è un peccato: sarebbe una scelta assolutamente legittima.

fiction_gino_bartaliUna quota di colpe è legata a volte anche ai giornali, più pronti a cavalcare il personaggio e la nostalgia, che non a dar spazio alle recensioni vere (che probabilmente farebbero a pezzi il “prodotto Rai”). Anzi, spesso dando spazio prima agli annunci roboanti di fiction di grande accuratezza storica e di improbabili percorsi d’immedesimazioni di attori emergenti con il personaggio storico. Ricordo il caso della fiction su Bartali, quando molti giornali scrissero delle scene girate sulle strade bianche del Chianti (ugualiancoraaquelledeitempidiginettaccioefausto) e delle riprese al velodromo di Bucarest dove si era ricreato il Velodrome d’Hiver: peccato che poi, nel film, ci fossero scene imbarazzanti come l’arrampicata (a velocità prossima ai 4 km/h) sulle rampe asfaltate del Turchino durante la Milano-Sanremo: non era una scena che ricostruiva il percorso reale negli anni Trenta, non era una scena che restituiva il paesaggio particolare dell’Appennino, non era una scena che evocava il modo di pedalare di allora e la fatica. Non era niente, non aveva senso, come molte delle fiction.

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