Le amiche di mia figlia

«Quando arrivavano i controlli degli ispettori del lavoro, le ragazze dal magazzino salivano di sopra, in casa. Se chiedevano qualcosa, dicevano che erano amiche di mia figlia». Me l’hanno raccontata qualche giorno fa, questa storia: la storia di una fabbrichetta tessile in un paesino del Novarese, tra anni Sessanta e Settanta, uno scantinato sotto la villetta, dove lavoravano «le ragazze». Gente che ho conosciuto anche io (i padroncini, già anziani e pensionati): solo pochi anni dopo, davanti a quel magazzino giocavamo ignari io e miei cugini. Ai margini del triangolo industriale – quello delle acciaierie, delle fabbriche di automobili, dei sindacati, dello Statuto dei lavoratori – l’Italia aveva costruito il suo successo anche così, negli anni del boom: pochi controlli, manodopera a basso costo, microfabbriche negli scantinati, cucitrici dalle mani veloci. Carpi, Vigevano, Cassano Magnago, ma pure il Noverese e il Biellese. Un sistema diffuso che più o meno andava bene a tutti, del resto battevamo la concorrenza dei veri Paesi industriali così, sull’ingegno ma anche sul costo del lavoro.

Pochi giorni fa ci pensavo e dicevo: oggi che i cinesi fanno lo stesso con le loro fabbrichette locali, apriamo gli occhi e invochiamo Ispettorato del Lavoro e carabinieri o i dazi doganali. Poi oggi ho avuto una sorpresa: un bel paese sul lago, una mezza alluvione, un’operazione di soccorso in extremis che fa scoprire un capannone dove vivevano una ventina di operai. Per lo più italiani, lucani, reclutati da un connazionale, spediti al confine con la Svizzera per lavorare in Canton Ticino. Chi ha visto la scena, come il giovane sindaco neoeletto, si dice «sconvolto», giustamente. Forse si dirà che la crisi di oggi ci ha ridotto così, che ci ha riportato indietro. Ma verrebbe da chiedersi: davvero c’è mai stata discontinuità, in Italia, in questo modello primitivo di fare soldi?

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