Le memorie operaie e la fabbrica della creatività

La quinta puntata della serie “Cento metri di città”, ambientata nella cittadina di Gallarate. L’articolo è stato pubblicato su VareseNews il 6 aprile 2011

Se volete capire come cambia il lavoro a Gallarate, venite in Viale Leonardo Da Vinci: nell’ultimo tratto della via, alle porte di Arnate, villaggio operaio Bellora Gallaratesi attraversa l’ex Bellora, ieri una fabbrica, oggi un mosaico di imprese diverse attive in mille campi. Ieri il cotone, oggi le agenzie di comunicazione e l’idea di farne una “piazza” di creatività e di eventi.
Non era una fabbrica, la Bellora, era un universo intero: stabilimento, case per gli impiegati e palazzine per gli operai, mensa e teatro sociale, dopolavoro e campi da bocce erano tutti raccolti tra viale Leonardo Da Vinci e la via privata che porta il nome dei benefattori. Continua a leggere

Le amiche di mia figlia

«Quando arrivavano i controlli degli ispettori del lavoro, le ragazze dal magazzino salivano di sopra, in casa. Se chiedevano qualcosa, dicevano che erano amiche di mia figlia». Me l’hanno raccontata qualche giorno fa, questa storia: la storia di una fabbrichetta tessile in un paesino del Novarese, tra anni Sessanta e Settanta, uno scantinato sotto la villetta, dove lavoravano «le ragazze». Gente che ho conosciuto anche io (i padroncini, già anziani e pensionati): solo pochi anni dopo, davanti a quel magazzino giocavamo ignari io e miei cugini. Ai margini del triangolo industriale – quello delle acciaierie, delle fabbriche di automobili, dei sindacati, dello Statuto dei lavoratori – l’Italia aveva costruito il suo successo anche così, negli anni del boom: pochi controlli, manodopera a basso costo, microfabbriche negli scantinati, cucitrici dalle mani veloci. Carpi, Vigevano, Cassano Magnago, ma pure il Noverese e il Biellese. Un sistema diffuso che più o meno andava bene a tutti, del resto battevamo la concorrenza dei veri Paesi industriali così, sull’ingegno ma anche sul costo del lavoro.

Pochi giorni fa ci pensavo e dicevo: oggi che i cinesi fanno lo stesso con le loro fabbrichette locali, apriamo gli occhi e invochiamo Ispettorato del Lavoro e carabinieri o i dazi doganali. Poi oggi ho avuto una sorpresa: un bel paese sul lago, una mezza alluvione, un’operazione di soccorso in extremis che fa scoprire un capannone dove vivevano una ventina di operai. Per lo più italiani, lucani, reclutati da un connazionale, spediti al confine con la Svizzera per lavorare in Canton Ticino. Chi ha visto la scena, come il giovane sindaco neoeletto, si dice «sconvolto», giustamente. Forse si dirà che la crisi di oggi ci ha ridotto così, che ci ha riportato indietro. Ma verrebbe da chiedersi: davvero c’è mai stata discontinuità, in Italia, in questo modello primitivo di fare soldi?

Lavoro/1 – quello ipotetico

Ho incrociato in questi giorni due articoli del Corriere della Sera.

Il primo riguarda: promesse di posti di lavoro ipotetici.
Si racconta la storia di un imprenditore «pronto ad andare a Est» rinunciando a 800 posti di lavoro in Italia (ipotetici). Per cosa? Colpa dei comitati locali (e del Pd) che hanno qualche dubbio su un gigantesco impianto destinato a macellare il 15% della produzione suina italiana. Secondo il Corrierone, è una storia di “burocrazia” (almeno, così sembrerebbe guardando i tag dell’articolo), più che non di corretta gestione dell’ambiente di fronte ad un progetto gigantesco, una roba che macellerebbe un massimo di 40mila maiali a settimana, avendo a che fare con tonnellate di liquami. Secondo i comitati, tutt’altro che chiaro in prospettiva: è da dimostrare che un unico super-macello produrrebbe più lavoro di quelli già esistenti. Piccola nota: curiosamente il numero di posti di lavoro previsti è cresciuto nel tempo, dai 600 del 2010 agli 800 di oggi.

Taranto, Elbasan, l’ambientalismo

Per mesi si è parlato dell’Ilva di Taranto e spesso si è detto e scritto – per risolvere polemicamente il conflitto tra lavoro e salute – che mentre qui in Occidente ci si cura dell’ambiente, «in Cina se ne fregano». E che quindi si deve accettare qualunque cosa, perché non c’è alternativa. Allo stesso modo, si dice dei costi del lavoro, spesso senza andare molto lontano: basta citare la Romania o la Serbia. In realtà qualcosa si muove anche nei Paesi orientali, sul fronte del diritto alla salute e del conflitto sull’inquinamento: Osservatorio Balcani Caucaso ha raccontato nelle ultime settimane le storie di due città molto inquinate, la bosniaca Zenica e l’albanese Elbasan, due luoghi dove sono stato proprio in tempi recenti (foto sopra, Elbasan, mia visita del 2007). Sia a Zenica che a Elbasan le mobilitazioni per il diritto alla salute sono ancora agli inizi, ma è significativo che quanto meno se ne parli. Interessante – dal punto di vista giornalistico – che una televisione albanese abbia ripreso con un servizio l’inchiesta di Marjola Rukaj su Elbasan, «la città più inquinata d’Albania».

I link:
Elbasan l’inquinata
Morire d’inquinamento a Zenica

OBC, Elbasan e la Tv albanese
Aggiornamento: OBC ha aperto una pagina a tema con tutti gli articoli su Elbasan, Zenica e Pancevo.

La Maria faceva la mondina (uno strano modo per parlar di trasporto pubblico)

La signora Maria – per noi, da bambini, solo “la Maria” – è una donnina di 96 anni di Gattico (Novara). Non la vedo almeno da un paio d’anni, ma mi è tornata in mente in questi giorni: nata nel 1915, dopo aver fatto la contadina in cascina e poi la mundaris nella Bassa, aveva trovato anche un posto al ricamificio del paese, un’edificio di pietra che affaccia sullo “stradone” (nella foto). Passava già allora, negli anni Trenta, una corriera Continua a leggere

I caporali, le gru e le ciliegie

Qui in provincia ci capita anche che due fatti succedano molto vicini e nel tempo e nello spazio. Scena 1: è domenica, c’è una festa in piazza a Varese, la “festa delle ciliegie”. Gli ambulanti hanno il loro banchetto, sono seduti sulle sedie di plastica, hanno accanto il marito o la moglie o la fidanzata. Tra i clienti ci sono anche – mascherati – gli ispettori del lavoro e i carabinieri: multe a molti ambulanti, lavoro nero dei/delle consorti. «Anche solo per passare del tempo insieme» si giustificano gli ambulanti: «è normale che se arrivano quattro o cinque clienti insieme, la moglie è lì e dà una mano». Basta un sacchettino di carta passato di mano per diventare un lavoratore in nero: «Dispiace a che a noi, capiamo la loro posizione, ma la Legge è questa» mi diceva, qualche tempo fa, una ispettrice, impegnata appunto nei controlli a cooperative, ambulanti, negozianti.

Scena 2: due operai egiziani si arrampicano il cima ad una gru per chiedere i soldi arretrati per il lavoro già fatto, alla base della gru ci sono altri due egiziani, uno dei due “dirige” le trattative sulla vertenza, pretende il pagamento con un unico assegno che provvederà poi a frazionare. I sindacalisti edili – e non solo loro – hanno il sospetto che sia un “caporale” che organizza e sfrutta il lavoro altrui. I sindacalisti – incalzati sul perché certe cose non si riesce a contestarle prima che si arrivi al mezzo-dramma – dicono che i proprietari dell’area non li facevano entrare nel cantiere in oggetto, che può farlo solo l’ispettorato del lavoro, ma che ha troppo lavoro e poche persone disponibili.

Ecco: due fatti vicini nel tempo e nello spazio. Forse sarà semplicistico accostarli così, però un po’ d’effetto lo fa, a pensarci.