Ultima corsa 2 – I treni “partigiani” dell’Ossola

Seconda puntata di Ultima Corsa, su Radio Popolare, ottobre 2015

A loro modo, sono stati anche combattenti partigiani, nel più avanzato esperimento di libertà dentro l’Europa occupata: sono i treni dell’Ossola, che una parte importante ebbero nella Repubblica Partigiana nata nell’estate del 1944 tra le montagne e la piccola capitale. Oggi “Domodossola, a un’ora e mezzo di treno da Milano,  è ancora un po’ cittadina di confine, ma certo  meno di quanto lo fosse allora.

Nei 33 giorni di libertà dell’Ossola, i treni mantennero vivo il collegamento con la vicina Svizzera, unica finestra sul mondo, anche economica, per la piccola Repubblica circondata dall’occupazione nazista. E nei giorni della riconquista fascista, i treni portarono in salvo in Svizzera migliaia di sfollati che fuggivano dalle rappresaglie: e allora da Domodossola un viaggio della memoria lungo i binari ci porta su verso il Sempione fino alla piccola stazione di Varzo Continua a leggere

“Giorgio Bocca era un fascista…”

“Giorgio Bocca era un fascista, era nei Guf, scriveva per il fascismo, poi quando le cose andavano male è diventato partigiano”. In tanti hanno scritto così, con pessimo gusto, nel giorno della morte di Bocca (tra tutti, mi dispiace per Telese, che usa l’artificio retorico del negare quel che sta dicendo). Ora, dire così di Bocca, vuol dire non aver capito nulla. Non di Bocca, ma degli italiani e del loro rapporto con l’autoritarismo. I punti sono due: il primo, più ovvio, è che chiunque sia nato tra il 1920 e il 1940 – se non trovava opposizione in famiglia – rischiava di crescere fascista, educato com’era a scuola, ai campi balilla, dal conformismo in generale. Il secondo, meno ovvio, è che a differenza di molti, solo una minoranza – cresciuta fascista – prese le armi per riscattare una nazione, una generazione, se stessi, giurando di non ricascarci. Bocca lo scriveva chiaramente, spiegando la disillusione, la successiva reazione al fascismo rappresentata dalla Resistenza, la successiva allergia all’ortodossia comunista togliattiana. Gli altri, probabilmente la maggioranza, aspettarono che le cose cambiassero, diventarono democristiani o stalinisti. E forse sono quelli che oggi danno lezioni.

Queste due categorie – le maggioranze silenziose adeguatasi e le minoranze resistenti – le si ritrova sempre, in Italia. Io le ritrovo persino nella mia famiglia. Avevo un bisnonno paterno, a Saronno, che morì quarantenne pochi mesi dopo essere stato costretto, nel 1940, a prendere la tessera del sindacato fascista, per non perdere il lavoro e sfamare la famiglia; e avevo un altro ramo della famiglia paterna che da sempre, con ritegno piemontese e sabaudo, sta lontano dalla politica, che negli anni Trenta si era adeguato senza nessun entusiasmo e attivismo e, dopo le sofferenze della guerra, si è riscoperto democratica.